Ciò che differenzia i fondi etici da quelli tradizionali sono gli innovativi principi ispiratori. L’attività di finanziamento, infatti, si definisce “etica” se i beneficiari (cooperative, enti, circoli o associazioni) sono organizzazioni private senza scopo di lucro, che si fondano sulla mutualità, sull’autogoverno democratico e sulla trasparenza nell’utilizzo delle risorse ed hanno un

obiettivo sociale. L’attività di raccolta del risparmio presso il pubblico è etica se la banca che l’effettua rispetta: l’eticità degli impieghi finanziati; la partecipazione, cioè la possibilità di scelta, da parte dei depositanti, del settore verso cui indirizzare il proprio risparmio; la trasparenza, ossia i risparmiatori devono essere informati sui beneficiari e sugli importi dei finanziamenti in essere; l’autodeterminazione del tasso d’interesse, poiché i risparmiatori possono scegliere tra il valore massimo fissato dalla banca (inferiore al tasso di mercato) e il tasso zero; la nominatività del rapporto, cioè il depositante è sempre identificato e i libretti sono sempre nominativi.
Inoltre, i progetti in cui investire sono selezionati in base a tre principi:
- i progetti devono possedere una determinata valenza etica,
- i finanziamenti sono erogati sempre ad organizzazioni e mai a singole persone,
- l’affidamento è deciso in base alle prospettive di sviluppo offerte dal progetto e non sulla base delle garanzie del beneficiario.

Come si può osservare la logica di queste attività è completamente diversa da quella che guida gli istituti bancari tradizionali.
Il primo esempio di Banca Etica è rappresentato dalla Grameen Bank, fondata nel 1976 da Muhammad Yunus, docente di economia del Bangladesh. Oggi, è la più grande banca alternativa esistente e la quinta del proprio paese, con una raccolta di circa 1 mld di € di cui 750 ml impiegati in prestiti a favore dei quasi 2 milioni di membri nullatenenti (quasi tutte donne) dislocati in 34.000 villaggi.