NESCAFE Partners’ Blend è questo il nome del caffè più amaro dai tempi in cui un visionario olandese cominciò a parlare di Commercio Equo.
Nel Regno Unito il 50% di coloro che bevono caffé comprano prodotti Nestlé. Negli ultimi anni però si è sviluppata una consistente fetta di mercato per il
caffé Fair Trade. In molte catene di bar (Starbucks, Caffé Nero e altre) viene servito esclusivamente Fair Trade Coffee. Un’ottima ragione per i manager della multinazionale svizzera per attuare una differenziazione di prodotto e
cogliere le opportunità offerte da una nicchia di mercato che seppur piccola presenta elevati margini di crescita.
E qui termina lo spirito altruistico della Nestlè e il suo interesse per le condizioni dei lavoratori delle piantagioni.

L’otto ottobre scorso, con un altro collega di Equonomia mi sono recato a Londra per assistere al Campaign Day organizzato dalla
Fairtrade Foundation inglese, la stessa che ha concesso il marchio agli svizzeri. La riunione aveva ad oggetto altri temi tra i quali il rilancio della campagna sul cotone e la presentazione di alcuni nuovi prodotti.
La decisione di concedere il marchio a Nestlè è stata salutata con un plauso quasi generale, a scuotere la testa e a porre domande con insistenza soltanto io e la mia collega italiana, una ragazza tedesca e alcuni esponenti di
Trade Justice, al punto che siamo stati invitati più volte a non porre altre domande per non sforare con i tempi!
La direttrice esecutiva della Fondazione,
Harriet Lamb nel rispondere alle nostre domande ha fatto continui riferimenti alla morale cristiana e alla possibilità di conversione dell’essere umano. Ha, inoltre, insistito nel considerare l’assegnazione del marchio a Nestlè come un primo passo per costringere la multinazionale a convertire tutta la propria linea di prodotti ai principi Fair Trade e che, quindi, il boicottaggio non è ancora finito.

Scossi e amareggiati abbiamo dato un’occhiata all’ editoriale apparso
sulle colonne del Financial Times il giorno prima e che i ragazzi di
Trade Justice avevano provveduto a fotocopiare. Nell’articolo si afferma a chiare lettere l’inconsistenza del progetto Fair Trade, la sua assoluta mancanza di attinenza con la realtà del mercato e, soprattutto,
si osanna la bravura dei manager di un’azienda finora sempre boicottata come Nestlè di ottenere il marchio Fair Trade.
Tutte le spiegazioni fornite dagli inglesi non reggono.
Concedere il marchio a Nestlè è un atto di boicottaggio nei confronti del movimento stesso e dei principi che lo guidano, tra i quali la visibilità del produttore, il consentire ai piccoli produttori il libero accesso al mercato e l’assoluto divieto di concedere marchi ad aziende che detengono posizioni monopolistiche nei mercati che possono fregiarsi della dizione di commercio equo.
È un atto oltraggioso nei confronti di tutti coloro che ancora soffrono i comportamenti scorretti della multinazionale svizzera, e non mi riferisco solo alla ben nota questione del latte in polvere .
Soltanto pochi giorni fa, infatti, la
IUF (International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers' Associations) ha chiesto al governo filippino di indagare sull’omicidio di
Diosdado Fortuna avvenuto lo scorso ventidue settembre. Diosdado, impiegato presso la piantagione di Cabuyao-Laguna, una delle più grandi della Nestlè nelle Filippine, era un rappresentante sindacale fortemente impegnato nello sciopero ad oltranza che da gennaio 2002 vede i lavoratori della piantagione protestare contro Nestlè per il mancato riconoscimento dei diritti relativi alla pensione.
Boicottare Nestlè è un obbligo morale. È altrettanto necessario però che tutto il movimento del commercio equo, a livello sopranazionale, si incontri e discuta del proprio futuro e anche di un nebuloso presente. Diversamente, la decisione della Fairtrade Foundation rischia di essere il primo passo verso uno stato di confusione generale e di una possibile dolorosa spaccatura.
In Italia, questioni che paragonate a questa sembrano molto più semplici da risolvere (mi riferisco ad esempio al problema relativo ai prodotti equi nella Grande Distribuzione Organizzata) hanno creato e continuano a creare frizioni e divergenze. Unità e cooperazione devono essere gli elementi trainanti di tutto il movimento,
il Commercio Equo è anche un grande sogno e sarebbe veramente triste svegliarsi e bere NESCAFE Partners’ Blend.
Approfondimenti:
In Italia è stato di recente pubblicato, per edizioni Altreconomia, il manuale
Io boicotto Nestlè che invito a leggere con attenzione.
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sulla questione Commercio Equo e Nestlè Fai pressione sul governo filippino per fare luce sulla morte di Diosdado Fairtrade Foundation UK Sito della Nestlè sul suo caffè equo